Marco Petrus | Michele Bonuomo, La calma bellezza delle Vele di Marco Petrus
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Michele Bonuomo, La calma bellezza delle Vele di Marco Petrus

in Marco Petrus Matrici, Marsilio Editori, Venezia 2017

Marco Petrus è un pittore di città. Città senza abitanti, senza desideri, e passioni, drammi e contraddizioni. Marco Petrus indaga, classifica e reinventa frammenti urbani in cui la storia pubblica e privata, intima e collettiva è congelata in una forma pura ed elementare, quindi universale, in una visione affrancata tanto da sentimentalismi vedutistici quanto da snervate discussioni politiche o sociali. Persegue un ordine estetico e un’idea di tempo fuori dai conformismi di una malintesa contemporaneità. Il “tempo puro” che cerca nella rappresentazione di un episodio architettonico è quello misurato da una pittura fatta di segni e di forme organizzate, che sono in primo luogo il codice generativo della stessa architettura presa in considerazione, e quindi matrice della forma della sua pittura. Così facendo, Petrus trasforma un brano costruito in un emblema che, ridotto ad assoluta astrazione formale, contiene nello stesso tempo il segreto della sua pratica artistica e anche – in maniera subliminale – memoria, storie e racconti di un luogo, che se immediatamente svelati correrebbero il rischio di consegnarsi, a seconda degli opportunismi del momento, o ad analisi tranquillizzanti o alla retorica di considerazioni di circostanza.
Dopo che per anni ha catalogato nel suo atlante pittorico le forme di architetture dipinte prelevate nelle città d’Italia, e soprattutto nella Milano “che sale” di Muzio, Portaluppi, Terragni e di altri maestri delle “magnifiche sorti e progressive” di un Novecento ancora positivo e propositivo, Petrus ha applicato il suo dispositivo di rappresentazione pittorica a Napoli. E per giunta a un luogo e a delle forme di architettura divenute emblematiche non certo perché sono entrate a far parte di quella idea sublime e tragica di bellezza, che tanto e da sempre ha appassionato i pittori approdati nel Golfo, ma per quei vissuti tragici di una realtà cui è stata negata sia la bellezza che il sublime. Scegliendo come soggetto del suo canone pittorico le Vele di Scampia, Petrus ha colto due obiettivi, strettamente connessi tra di loro: riformulare un metodo d’indagine e di rappresentazione di un paesaggio urbano – imprevedibile e finora irrappresentabile all’interno di quell’immaginario che condanna Napoli a essere sempre sirena incantatrice. E, allo stesso tempo proprio per questi vincoli di rappresentazione, obbligare la pittura a mettere a punto un’assolutezza espressiva e formale, liberata dai limiti di una descrizione o di una narrazione ridotta a cinico documentarismo comodo per una fiction televisiva o per una narrazione pulp, ma che, nell’illusione di essere politicamente corretto ed esemplare, condanna la città all’insignificanza. Sia la Ca’ Brutta di Giovanni Muzio a Milano che le Vele di Franz Di Salvo a Napoli, nonostante i loro opposti destini, danno corpo al codice di una disciplina silenziosa che Petrus da anni va praticando: una pittura cioè che nella misura e nel controllo degli stati d’animo cerca forma e durata; un fare non contaminato da una compiaciuta retorica, e che – come in questo caso – può servire a restituire dignità e riscatto a un luogo e a delle vite che, certo non per colpa loro, sono costretti a portare la croce del degrado e dell’inciviltà.
Guardano gli esiti formali di questo ultimo ciclo di dipinti di Petrus, viene da dire che la sua probabilmente è oggi una delle forme più lucide e rigorose per “mettere in posa Napoli”. E, nel confronto con tutta la potente carica evocativa della città, probabilmente si offre come nuova chance per la stessa pittura. La dichiarazione che Petrus ha fatto con le sue “partiture”, ricavate dall’indagine visiva operata sulle Vele di Scampia, ci rimanda in un gioco di memoria a un’altra dichiarazione, quella forse inconsapevole ma di sicuro in largo anticipo sui tempi, fatta da Thomas Jones in un pomeriggio d’estate del 1782 dipingendo Un muro a Napoli, una piccola tela oggi conservata alla National Gallery di Londra. Tutta la dolente fascinazione che Napoli aveva esercitato sul pittore gallese alle prese con il suo Grand Tour mediterraneo è concentrata in una semplice griglia geometrica scandita da un muro di tufo che quasi per intero impegna il quadro, sottolineata in alto da un rettangolo blu a rappresentare il cielo e da un piccolo frammento bianco di parete intonacata. L’elemento centrale di un balcone, da cui pende un’incongrua striscia bianca di un povero bucato steso al sole, non fa che accentuare la scansione astratta dell’intera visione. Tutto il resto è silenzio. Non ci sono rumori di fondo che distolgono l’attenzione da una sintesi simbolica e formale della città e per questo più veritiera e profonda di quanto forse ci possano essere in tante cronache descrittive dell’epoca. «Cielo e case, incastri di forme purissime, compatte e splendenti come in un moderno De Staël […] Dettagli che certo non bastano a spiegare la cadenza perfetta di questo piccolo studio che ha la chiarezza suprema del classico, con un cambiamento radicale. L’immagine non è la sintesi di frammenti ideali ma l’insieme non scomponibile della visione reale» (Anna Ottani Cavina, Terre senz’ombra, Milano, Adelphi, 2015, p. 347.). Una matrice, dunque, questa del piccolo quadro di Jones che permette alla pittura di fermare il tempo puro della forma, quell’ordine assoluto e quella fredda bellezza primaria che, con caparbia e ossessiva lucidità, Petrus ha saputo sapientemente armonizzare nelle sue partiture pittoriche.
Marco Petrus è dunque pittore di città senza rumori di fondo, di luoghi che si offrono allo sguardo senza far leva su narrazioni che, se mai chiariscono lo stato d’animo di un momento, sono destinate a essere comunque riduttive e frammentarie. Le storie previste negli scenari urbani di Petrus possono essere solo quelle che ognuno, entrando in questa sorta di teatro dell’assenza, porta con sé e decide di rappresentare. La sua pittura, come in una muta teatralizzazione senza dialoghi o didascalie esplicative, si struttura in un ordine formale estremizzato fino all’astrazione e si completa nella definizione di matrici che forzano i limiti imposti da una realtà che non va mai oltre il verosimile. Come in un gioco fatto con i mattoncini Lego, Petrus – componendo e scomponendo secondo un metodo e un ordine che gli appartengono – assembla visioni pittoriche in perenne trasformazione, cercando in tal modo ritmo ed equilibrio formale, divenuti sostanza della stessa rappresentazione.
Nei quadri napoletani, riportando l’intera rappresentazione a matrici geometriche scandite dal colore, Petrus rende sostenibile perfino la visione di forme che fino a oggi a tutto hanno fatto pensare, tranne che alla bellezza. Nei suoi dipinti ha trovato un’idea altra di bellezza, calma e misurata, necessaria a Napoli e alla pittura. Sempre e per tutti. Sul finire del Settecento, ottimista e illuminista, a nessuno se non a un visionario gallese sarebbe venuto in mente che la bellezza di Napoli poteva essere racchiusa in quel sordo muro di tufo illuminato da una sottile a astratta striscia di cielo azzurro. Nei giorni nostri, in un tempo pessimista e confuso, Napoli è inaspettatamente bella anche nelle Vele di Scampia. Quelle silenziose dipinte da Marco Petrus.