Marco Petrus | Andrea Viliani, Matrici di una rivoluzione permanente
2980
page,page-id-2980,page-template-default,ajax_fade,page_not_loaded,,select-theme-ver-3.2.1,vertical_menu_enabled,paspartu_enabled,menu-animation-underline,side_area_uncovered,wpb-js-composer js-comp-ver-4.12,vc_responsive

Andrea Viliani, Matrici di una rivoluzione permanente

in Matrici, Marsilio Editori, Venezia 2017

La Campania e Napoli sono crocevia di ipotesi di un progresso che, per essere realizzato nella sua portata rivoluzionaria, parta necessariamente dal basso: qui infatti, come affermava Joseph Beuys – un artista che ha colto lo spirito rivoluzionario di Napoli forse più di ogni altro, pur non essendo napoletano – la “rivoluzione” è ancora possibile perché, qui, c’è ancora un sentimento radicalmente popolare, una possibilità di azione che si basa su una pratica quotidiana di riflessione, e quindi di confronto, di accoglienza, di coesistenza.
Pensiero e azione: il binomio da cui ogni rivoluzione, e quindi ogni utopia, può nascere. E a questo stesso binomio si può riportare, quindi, anche ogni tentativo fallito di rivoluzione, ogni controrivoluzione, ogni deriva distopica. Bene e male sono profondamente intrecciati, a Napoli, proprio per le potenzialità in essere che questo territorio – vulcanico e fuori dal tempo, filosofico e folklorico, astratto e realista, concettuale e barocco – esprime: il “terremoto” (possibile sinonimo di “rivoluzione”), diceva Lucio Amelio, qui, è permanente, condizione dello spirito e della società, più che dato sismografico. Un terremoto come condizione processuale, al contempo interiore e esteriore.
Ecco emergere utopie che contengono in sé, quasi connaturato, il rischio speculare della loro stessa distopia, un malessere che contiene in sé i germi, rivoluzionari, di un cambiamento, di una ricostruzione, di una rinascita.

Questo il senso, intimamente dialettico, del ciclo pittorico Matrici di Marco Petrus: palinsesti prospettici di un quartiere simbolo di questa esemplare relazione utopia-distopia, quale, appunto, le Vele di Scampia.
Nella sua ricerca Petrus si concentra sui dati essenziali di un contesto urbano, coglie gli elementi archetipici di un’architettura, dà rappresentazione a ciò che è identificabile come simbolo di una città e di un territorio. Le linee simmetriche, le superfici planari, i comparti di colore, l’armonico impianto strutturale, le visioni ascensionali delle sue Matrici comunicano un progetto coerente, una sensazione di controllo, un bisogno di ordine, una richiesta appagata di comunità. Ogni disturbo sembra estromesso dal quadro dell’opera (e, quindi, della nostra visione), mentre la composizione procede per accostamenti e sovrapposizioni regolari. Petrus non riproduce quindi le Vele, ma le rivela, nel loro portato utopico e rivoluzionario. Al contempo, però, non ne tace il destino, prima di entropia e di contestazione poi, ed è dato di cronaca recente, di distruzione. Dipingendo oggi le Vele, Petrus ci ricorda che la loro ragione rivoluzionaria rimane intatta, “a prescindere” come direbbe Totò (altro grande rivoluzionario parte-napoletano e partenopeo, quindi doppiamente napoletano). A prescindere, cioè, dal loro destino, dalla storia che ne ha decretato il progressivo smarrimento del progetto originario. Se le Vele spariranno, non sparirà il terremoto intellettuale che esse hanno incarnato, il loro valore di manifesto di quella rivoluzione che Napoli continuerà a invocare, di quel progresso che non potrà mai fare a meno del suo popolo. E ribadendo il cognome di questo pittore di architetture simboliche, “Petrus”, verrebbe da dire che queste pietre non furono posate invano: in quanto “matrici” di una rivoluzione permanente.

La Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee ha varato nel 2013 un programma di patrocinio, denominato Matronato, volto al riconoscimento e alla promozione di progetti che, per il loro valore e la loro impostazione, siano in grado di stimolare la coesione e inclusione sociale, il dialogo fra culture diverse, così come fra le diverse discipline e generazioni, presentando la ricerca scientifica e umanistica, a partire dalla produzione e dalla mediazione artistica, quali fonti di un reale progresso collettivo. In questo senso il Matronato concesso al progetto Matrici di Marco Petrus, presentato a Gallerie d’Italia-Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli, appare non solo coerente, ma più che mai necessario. Il più necessario ringraziamento di questa Fondazione e del museo MADRE va, allora, proprio a Marco Petrus, per questa pacata e resiliente comprensione rivoluzionaria, insieme a Michele Coppola, che ha accolto con tutti i collaboratori di Gallerie d’Italia questo progetto proprio a Napoli, e a Michele Bonuomo, curatore dalla mostra, napoletano, amico e collaboratore di Amelio, e quindi di Beuys, inevitabilmente anche lui “totoista” e, a suo modo, anche lui complice di questa rivoluzione che, a prescindere, a Napoli e dintorni, continua anche grazie a loro…