Marco Petrus | Mario Martone, Petrus a Scampia
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Mario Martone, Petrus a Scampia

in Marco Petrus Matrici, Marsilio Editori, Venezia 2017

Guardando Gomorra, la serie, può capitare di imbattersi in alcune inquadrature realizzate da un’automobile in movimento che punta verso l’alto. I palazzi di Scampia, inconfondibili, vengono ripresi da soli, in astratto, e il movimento li rende ancora più totemici. Ricordo quando, molti anni fa, avevo preso in affitto un piccolo studio a Napoli, vi trovai i modellini in legno di palazzi come quelli, forse lasciati da qualche architetto che vi aveva abitato. Anni dopo li avrei visti realizzati nella periferia di Napoli. Fisionomie silenti, e per certi versi enigmatiche. Certo, conosciamo bene l’origine urbanistica e sociale di queste costruzioni e ancor più la deriva barbarica in cui hanno finito per immergersi, tanto che oggi siamo arrivati a festeggiare l’abbattimento di costruzioni come queste, alcune delle Vele di Scampia. Ma Marco Petrus ci spinge a osservare il silenzio (mi si perdoni se insisto sull’ossimoro) di questi alveari umani. È un viaggio lungo e affascinante, quello di Petrus, un processo attraverso il quale molteplici città italiane ed europee vengono sezionate attraverso dettagli delle loro architetture moderne per venire alla fine trasfigurate in pittura. Ma la tappa di Scampia non mi pare casuale né priva di stimolanti contraddizioni. Per noi napoletani, abituati a ragionare, discutere e spesso litigare furiosamente sul destino delle nostre periferie, trovarsi di fronte a questo silenzio è strano. C’è qualcosa di cimiteriale da un lato e di avveniristico dall’altro, che provoca una particolare condizione dello spirito, una sospensione in cui la tragedia e la speranza che occupano tutti i nostri discorsi finiscono improvvisamente tra parentesi. Davanti ai nostri occhi ci sono solo linee e colori. Ma sorrette da uno sguardo, da un punto di vista, da un lavoro, da una sorta di sacra umiltà del lavoro. Si può approfittare di questa parentesi per porsi domande altre, per uscire dai luoghi comuni, per provare a osservare questa nuova parte di Napoli, ormai così potentemente e voracemente mitologizzata e considerarla finalmente parte di noi. Non a caso Petrus la inserisce in un filo che collega Milano, Trieste, Londra, Mosca, Praga, Shangai, New York… È tempo di riassestare lo sguardo su Napoli. È una città dolente in tanti suoi aspetti ma è una città viva, perciò combatte e si trasforma. Petrus, con questo suo passaggio silenzioso a Scampia, col suo gesto d’artista solo apparentemente minimale, dà un contributo significativo a questo processo. Nonostante viviamo immersi in una tale proliferazione di immagini da vanificarne, il più delle volte, forza e significato, la pittura, con un gesto obliquo, può ancora stimolare il pensiero.